Sofferenza subìta e sofferenza volontaria

Per cogliere meglio li contenuto del seguente articolo consiglio di leggere prima l’articolo dal titolo “Emozioni negative”

  Il dolore è un aspetto inevitabile della condizione umana. Così come il dolore fisico ha una funzione indispensabile per la nostra sopravvivenza, in quanto ci permette di interrompere immediatamente il contatto con qualcosa di dannoso per noi e ci insegna a non ripetere tale contatto, anche il dolore psichico, che in realtà è una sofferenza emotiva, può avere una funzione indispensabile per il nostro benessere.

  Scrivo “può avere” perché tra la nostra percezione diretta della realtà e il vissuto emotivo abbiamo imparato ad interporre il pensiero. Grazie ad esso riusciamo a prevedere, interpretare, indirizzare e controllare le nostre emozioni. Ora, finché questa elaborazione razionale è sostanzialmente in linea con quello che ci sta accadendo, tutto va per il meglio. Se invece il pensiero è frutto di preconcetti, interpretazioni rigide di una realtà generalizzata, allora non riusciamo più a leggere chiaramente ciò che ci sta accadendo ma entriamo in una visione della realtà ripetitiva, faticosa, già vissuta e frustrante. Questa  è quella che possiamo chiamare l’esperienza della sofferenza ripetitiva e automatica. L’emozione ha qualcosa di già sentito, non ci dice nulla di nuovo e non ci aiuta a capire ciò di cui abbiamo bisogno. L’emozione quindi perde quello che deve essere il suo significato principale: informarci sul nostro bisogno e spingerci ad agire per risolverlo. Al contrario questo tipo di sofferenza emotiva ci spinge alla passività e all’autocommiserazione.

   La sofferenza volontaria è invece una scelta consapevole: la decisione di prendersi carico del proprio bisogno e della sofferenza che l’emozione cerca di comunicare. L’esperienza è completamente diversa: non ci può essere fuga, compromesso, ma un arrendersi all’evidenza di ciò che stiamo vivendo. E’ la scelta di accettare l’emozione per quello che è, senza giudizi o spiegazioni. Per essere capaci di fare ciò bisogna aver prima guadagnato una sufficiente fiducia in se stessi, avere almeno intuito che la nostra parte più autentica e profonda non è quella che pensa e giudica ma quella che sente. Tramite questo di tipo di esperienza è possibile avvicinarci al nostro bisogno reale, allontanarci da soluzioni che non sono più in grado di rispondere alle nostre esigenze presenti e avviarci verso un reale percorso di cambiamento.

   Il risultato più prezioso che possiamo ottenere è la consapevolezza che il dolore che abbiamo vissuto è stato necessario per spingerci ad un cambiamento e che il cambiamento, continuo ed incessante, è l’unica possibilità per vivere autenticamente ed in contatto con se stessi. Da questo punto di vista possiamo definire la psicoterapia come un allenamento volto a renderci capaci di distinguere le emozioni reali da quelle automatiche e a renderci in grado di affrontare lo sforzo del continuo cambiamento.

L’arte dell’improvvisazione

   Scrivere di “improvvisazione” in questo caso significa scrivere di un particolare modo di affrontare le situazioni che ci mettono in discussione e alla prova. Siamo stati abituati fin da bambini a “fare i preparativi”, a studiare a memoria e a prepararci il meglio possibile. Questo perché abbiamo imparato che in fondo non possiamo fidarci delle nostre qualità più creative, delle nostre intuizioni e della nostra sensibilità. Anzi, è meglio nascondere queste risorse dietro ad una forma di controllo, di sostanziale diffidenza verso ciò che è troppo spontaneo ed immediato, è meglio fare ciò che si dovrebbe piuttosto ciò che si sente.

    Questo sforzo di adeguamento ad una realtà esterna costa, oltre ad una certa fatica, un sostanziale straniamento ed una  perdita di fiducia in noi stessi. Ora non rischiamo più di fare brutte figure mostrando a tutti le nostre vere fragilità, preferiamo vivere nella costante paura di non essere capaci di nascondere le nostre incompetenze. Ogni nostra azione e parola diventa opaca,  senza freschezza né entusiasmo. Certo la mortale paura di fare un errore e di doverci confrontare con i nostri limiti è sparita. Ora siamo, almeno nella nostra fantasia, in constante contatto con un’immagine di efficienza e di perfezione di cui non possiamo più fare a meno.

    E’ illuminante considerare cosa è successo nel campo della musica, dove l’improvvisazione, elemento centrale nella pratica di musicisti come Bach, Mozart, Beethoven, Schubert e via dicendo, ad un certo punto della storia è sparita dalla scena, lasciando il campo ad una inedita scissione della figura del musicista. Da una parte il compositore, l’autore di un complesso e “perfetto” teorema musicale, dall’altro l’esecutore, sostanzialmente espropriato di una possibilità di intervento creativo diretto sulla materia musicale, gratificato con la consolazione dell’interpretazione. La maggior parte delle persone non sa che nei concerti dei grandi compositori del passato esistevano dei momenti all’interno della composizione in cui al solista era richiesto di improvvisare (in genere nelle cadenze). Nelle esecuzioni di oggi di queste cadenze, al posto dell’improvvisazione il solista esegue una “cadenza scritta” (modo indolore di definire un’aberrazione logica come quella che andrebbe definita “improvvisazione preparata”) per il semplice fatto che i grandi esecutori di oggi, con qualche eccezione, non sanno improvvisare.

    A noi la scelta dunque. Vogliamo essere “perfetti”, come forse appariva a Narciso la sua immagine riflessa, ma legati ad una superficie senza profondità, oppure vogliamo essere imprecisi, sporcarci con i nostri errori, credere nella possibilità di fidarci delle nostre qualità e, grazie ad una sempre maggiore conoscenza di sé, arrivare ad incontrare e godere della nostra parte più autentica e creativa?

Psicoterapia della gestalt

   La ” terapia della gestalt” è un approccio originale alla psicoterapia creato da Fritz Perls, psicoterapeuta nato nel 1893 e morto nel 1970.

   Sento la necessità di scriverne, per quanto sia impegnativo farlo, perché questa filosofia di intervento è parte integrante della modalità di lavoro del sottoscritto, approccio a cui in genere si fa riferimento con la parola “GestAT” [ibrido di Gestalt e A.T.(Analisi Transazionale)].

  Spiegare teoricamente questo modo di intendere la psicoterapia è più o meno come cercare di insegnare con le  parole come si gioca a ping pong. Intendo dire che una sola esperienza diretta di questa modalità di lavoro su di sé vale di più della lettura di un libro sull’argomento.

   Al centro della pratica sta il rendere consapevole la persona del modo in cui vive il qui ed ora, quali sono le modalità in cui questa entra in contatto con se stessa (con i propri bisogni) e con il contesto; quali sono le modalità che usa per interrompere questo contatto. Lo si fa  agendo queste modalità (spesso considerate banali o insignificanti) in tempo reale, nel qui ed ora della seduta terapeutica e dando loro lo spazio e il tempo di prendere forma e significato.

  Proprio il concetto di interruzione è fondamentale nella gestalt. “Gestalt” vuol dire figura. Una metafora che è stata usata spesso da Perls si riferisce alla condizione “nevrotica” come quella in cui le “figure” non hanno una forma definita e conclusa. E’ come se la persona iniziasse a disegnare una forma e ad un certo punto si interrompesse, lasciandola aperta, in attesa di essere completata. Per rendere un po’ più chiaro quello che sto scrivendo porto un esempio.

   Un bambino riconosce in sé un’emozione di rabbia. Il processo “sano” che potrebbe portare alla chiusura della figura prevede l’espressione di questa rabbia, sia a livello corporeo sia, se il bambino è in grado di farlo, tramite il linguaggio. Il bambino cerca quindi un completamento della sua esperienza nel contesto circostante. La capacità di trovare una soluzione nell’ambiente in cui vive è infatti un requisito necessario per chiudere l’esperienza (la gestalt). Se il contesto risponde ripetutamente in modo negativo all’espressione di rabbia del bambino, a questi non resta che adattarsi non esprimendo la sua rabbia (e lasciando questa prima gestalt aperta). E’ importante sottolineare che questo adattamento è di per sé sano, nel senso che è un modo efficace di far fronte alle richieste del contesto.

   Questa forma di adattamento porterà a delle conseguenze. Crescendo il bambino diverrà un adulto che avrà cancellato in parte o del tutto  dalla sua consapevolezza la propria rabbia; egli avrà sviluppato dei sistemi corporei e psicologici per non sentirla. Egli potrà soffrire di tensioni muscolari, di problemi allo stomaco, potrà ritenersi incapace di farsi largo nella vita e di esprimere ciò che pensa.

   Per Perls questi sintomi nevrotici non sono inconsci nel senso di inaccessibili, sono invece sempre presenti e attivi sullo sfondo. Il compito della terapia della gestalt è quello di portare queste strategie di adattamento dallo sfondo in primo piano. Per fare ciò l’unico strumento che abbiamo a disposizione è la consapevolezza. Tramite questa lente possiamo riconoscere come figure queste strategie e far sì che giungano ad un completamento, ad una chiusura. L’esperienza di chiusura della gestalt da alla persona che la compie un’accresciuta consapevolezza, le dona la possibilità di iniziare a considerarsi  padrona delle proprie scelte.

  Il vissuto di lucidità e chiarezza, spesso sorprendente, che accompagna queste esperienze, è qualcosa che difficilmente si può dimenticare e che diventa “un precedente” per la persona che lo vive. Un’indicazione chiara che esiste un altro modo di entrare in contatto con se e con gli altri.