L’arte dell’improvvisazione

   Scrivere di “improvvisazione” in questo caso significa scrivere di un particolare modo di affrontare le situazioni che ci mettono in discussione e alla prova. Siamo stati abituati fin da bambini a “fare i preparativi”, a studiare a memoria e a prepararci il meglio possibile. Questo perché abbiamo imparato che in fondo non possiamo fidarci delle nostre qualità più creative, delle nostre intuizioni e della nostra sensibilità. Anzi, è meglio nascondere queste risorse dietro ad una forma di controllo, di sostanziale diffidenza verso ciò che è troppo spontaneo ed immediato, è meglio fare ciò che si dovrebbe piuttosto ciò che si sente.

    Questo sforzo di adeguamento ad una realtà esterna costa, oltre ad una certa fatica, un sostanziale straniamento ed una  perdita di fiducia in noi stessi. Ora non rischiamo più di fare brutte figure mostrando a tutti le nostre vere fragilità, preferiamo vivere nella costante paura di non essere capaci di nascondere le nostre incompetenze. Ogni nostra azione e parola diventa opaca,  senza freschezza né entusiasmo. Certo la mortale paura di fare un errore e di doverci confrontare con i nostri limiti è sparita. Ora siamo, almeno nella nostra fantasia, in constante contatto con un’immagine di efficienza e di perfezione di cui non possiamo più fare a meno.

    E’ illuminante considerare cosa è successo nel campo della musica, dove l’improvvisazione, elemento centrale nella pratica di musicisti come Bach, Mozart, Beethoven, Schubert e via dicendo, ad un certo punto della storia è sparita dalla scena, lasciando il campo ad una inedita scissione della figura del musicista. Da una parte il compositore, l’autore di un complesso e “perfetto” teorema musicale, dall’altro l’esecutore, sostanzialmente espropriato di una possibilità di intervento creativo diretto sulla materia musicale, gratificato con la consolazione dell’interpretazione. La maggior parte delle persone non sa che nei concerti dei grandi compositori del passato esistevano dei momenti all’interno della composizione in cui al solista era richiesto di improvvisare (in genere nelle cadenze). Nelle esecuzioni di oggi di queste cadenze, al posto dell’improvvisazione il solista esegue una “cadenza scritta” (modo indolore di definire un’aberrazione logica come quella che andrebbe definita “improvvisazione preparata”) per il semplice fatto che i grandi esecutori di oggi, con qualche eccezione, non sanno improvvisare.

    A noi la scelta dunque. Vogliamo essere “perfetti”, come forse appariva a Narciso la sua immagine riflessa, ma legati ad una superficie senza profondità, oppure vogliamo essere imprecisi, sporcarci con i nostri errori, credere nella possibilità di fidarci delle nostre qualità e, grazie ad una sempre maggiore conoscenza di sé, arrivare ad incontrare e godere della nostra parte più autentica e creativa?