E’ vero che la nostra infanzia è così determinante per la nostra vita futura? Perché?
Uno dei punti sui quali tutte le scuole e gli orientamenti psicologici convergono è l’importanza centrale che le prime esperienze di vita hanno sulla formazione della nostra personalità, nel bene e nel male.
Ormai è condivisa l’idea che già verso i 6 anni il bambino abbia definito gli aspetti di sé che diverranno centrali ed immodificabili (se non tramite un certo tipo di lavoro su di sé o grazie ad eventi particolari).
Questa affermazione può apparire esagerata ma non lo è. In questo articolo cercherò di spiegare come mai la nostra infanzia sia così determinante per il resto della nostra vita. Iniziamo con uno sforzo di immaginazione: entriamo nei panni di un bambino piccolissimo.
Ora abbiamo un paio di mesi. Ci accorgiamo immediatamente di avere una quantità di fastidi e bisogni ai quali non sappiamo far fronte. Le capacità motorie sono scarse e siamo fisicamente immobilizzati. Conosciamo così poco noi stessi (siamo così “nuovi”!) che anche le sensazioni che vengono dal nostro corpo sono spesso incomprensibili e preoccupanti. Non siamo nemmeno in grado di spiegare agli altri la nostra situazione!
L’unica cosa che possiamo fare è metterci a strillare e lo facciamo spesso e volentieri anche perché un buon motivo per farlo c’è quasi sempre. Impariamo così che se strilliamo riusciamo in qualche modo, tramite l’aiuto della mamma (o del papà, ma per ora lui è in secondo piano) a stare meglio anche solo per qualche tempo. Se strilliamo e non viene nessuno le conseguenze sono molto molto negative. Qui troviamo una prima difficoltà di identificazione. Per noi ora è difficile immaginare cosa può provare un lattante lasciato a sé stesso per molto tempo. Non avendo egli la capacità di contenere la propria ansia e la propria sofferenza il malessere raggiunge un livello tale da essere paragonabile al terrore di morte, anzi possiamo dire che la paura più grande che possiamo provare da adulti è ben poca cosa rispetto a questa prima esperienza.
Crescendo impariamo a fare di tutto per evitare questa sensazione e, visto che siamo dipendenti dai nostri genitori in tutto e per tutto, facciamo in modo di non perdere mai la sicurezza di averli con noi. Il potere che essi hanno su di noi è enorme e siamo disposti ad adattarci a qualsiasi situazione. Ora il bambino è per sua natura altamente disposto all’apprendimento e al modellamento.
La conseguenza è, come è facile prevedere, che impareremo con una certa facilità tutta una serie di atteggiamenti, comportamenti, modi di sentire noi stessi e gli altri, approvati dai genitori. Eviteremo in tutti i modi quelli disapprovati, associandoli a situazioni che possono mettere a rischio la nostra vita.
Altra cosa che come adulti non possiamo più comprendere è la incredibile capacità di osservazione del bambino. Egli riesce a cogliere sfumature che a noi adulti risultano ormai invisibili. Spesso sento genitori parlare della sorprendente capacità intuitiva e manipolatoria dei loro figli. Questi genitori sarebbero ancora più sorpresi se si rendessero conto che non solo i loro figli hanno capacità notevoli rispetto alla loro età, ma che le loro capacità in questo campo sono notevolmente superiori a quelle di qualsiasi adulto. Un bambino è capace di leggere l’ansia della madre anche solo dal modo in cui viene tenuto in braccio.
I bambini colgono molto bene aspetti del genitore che lui stesso non vede in sé. La mamma ansiosa può essere inconsapevole della propria ansia ma il bambino la coglie e si adatta. Ovviamente non in modo consapevole e senza capire intellettualmente cosa sta facendo, ma in modo pratico e concreto. Se noto che ogni volta che ho paura la mia mamma diventa ansiosa imparerò a non avere più paura, perché è molto più spaventosa la prospettiva di essere lasciato dalla mamma di qualsiasi altra paura concreta.
Questo alla lunga contribuirà a formare il mio carattere. Magari spingendomi a diventare un ometto coraggioso che non ammette mai di avere paura. Quindi il nostro carattere e la nostra personalità sono fatti in larga misura di quei comportamenti e di quelle strategie, non solo rivolte al mondo esterno ma anche a noi stessi, che abbiamo imparato per “sopravvivere” al nostro mondo familiare.
Manca solo un punto ora da chiarire: come mai crescendo non abbandoniamo comportamenti che andavano bene quando eravamo bambini e che ora non sono più necessari?
La risposta è che non siamo consapevoli che queste scelte costituiscono un adattamento. In realtà siamo convinti che certi modi di comportarci, di pensare e di sentire corrispondano a quello che siamo realmente. Non ricordiamo più che abbiamo imparato ad essere quello che siamo. Da adulti l’idea di cambiare anche degli aspetti di noi che sappiamo non funzionano ci fa sentire a disagio. Meglio rimanere come siamo piuttosto che andare incontro ad una paura indefinibile: quella di non riconoscerci più, di perdere i riferimenti che orientano la definizione di noi stessi e di cosa siamo in relazione agli altri.




