Persona

   Pensiamo che chi si rivolge a noi sappia di cosa ha bisogno; siamo convinti che il nostro compito sia capire quale sia la sua richiesta, esplicitarla e facilitare una ricerca autonoma della risposta.

   Siamo convinti che il malessere che porta da noi le persone non sia un fastidioso difetto da eliminare, ma la testimonianza di una profonda ricchezza esistenziale da cui partire per ritrovare se stessi. Pensiamo che lo specialista abbia il ruolo di facilitare la ripresa di una crescita personale dell’individuo, crescita del tutto naturale e spontanea ma interrotta da qualcosa che la persona non riesce a vedere, e da cui spesso fugge. Come un bravo giardiniere, il terapeuta individua l’ostacolo che impedisce lo sviluppo delle radici dell’albero, lo rimuove e lascia che la pianta riprenda la sua naturale crescita. Egli non causa alcun cambiamento e non “decide” per la persona, meno che meno stabilisce cosa è giusto o sbagliato per lei. Non sempre la persona è in grado di risolvere il proprio problema da sé.

  La sua situazione è paradossale in quanto, regolarmente, la persona è talmente affezionata a ciò che la blocca che prima di poter decidere per un cambiamento deve avere la possibilità di vedere se stessa con occhi diversi. Per fare questo è necessario uno sguardo altro. Nè la consulenza psicologica, nè le metodologie di “empowerment”, e neanche la psicoterapia possono avere l’ambizione, probabilmente folle, di cambiare la persona. Ciò che esse offrono è la possibilità di VEDERE altre possibili soluzioni ai problemi che si presentano, di arricchire il proprio repertorio di emozioni, comportamenti e pensieri. In ultima analisi di scegliere e di sentirsi autori della propria vita piuttosto che personaggi di un dramma immutabile e già conosciuto.